mercoledì 10 dicembre 2014

Calendario dell'avvento: 10 dicembre




Questo consiglio natalizio è già stato pubblicato da me sul blog anni fa - quando ancora era giovanissimo -, ma lo ripropongo perché, a distanza di quattro anni, si trova ancora lì dov'era quando l'ho terminato: nel cuore e nelle viscere, diventando uno dei mattoni fondamentali della mia formazione di lettrice.



Le saghe sudamericane sanno di caldo afoso, parole ridondanti, spezie e antiche leggende.
La storia di Oscar, denominato Wao, sa di una terribile parola: fukù.
Il fukù è una maledizione che incombe sulla famiglia di Oscar dai tempi della dittatura di Trujillo, si ripercuote su ogni membro ricordando quelle tragedie greche senza fine in cui le colpe dei padri ricadono sui figli e patricidi, matricidi, fratricidi sono protagonisti di sventure da cui non si può sfuggire. Tutti saranno sterminati, alla fine.
Oscar non è da meno. La sua breve e favolosa vita trascorre tra film di fantascienza, libri di Stephen King, racconti interminabili che non può fare a meno di scrivere. E sogni. Tantissimi sogni ad occhi aperti in cui lui non è lui, in cui è un eroe, il protagonista di un fumetto Marvel, salva la principessa rapita dagli alieni e lei, dopo una lunghissima attesa, gli dona l’amore e anche qualcos’altro. Ma Oscar non è niente di tutto questo: è un 
nerd dominicano, grasso e sfigato (nel senso letterale della parola) la cui missione nella vita è perdere la verginità e diventare un grande scrittore. Oscar si innamora perdutamente, ininterrottamente, ci va vicino, diventa amico di molte… Ma a chi potrebbe piacere un individuo che per rimorchiarti ti dice “se fossi in un mio gioco, ti assegnerei diciotto punti carisma”? Ecco, appunto.Oscar è simpatico, intelligente, sensibile, ma con le ragazze non ci sa fare. Alla sua vita si intrecciano quelle della madre, della sorella, dei nonni. Un affresco meraviglioso di spietata realtà, l’epoca del “trujillato” che non risparmia nessuno, miete vittime e dipinge con cruda nettezza la vita di donne orgogliose e ribelli, tutte segnate dalla stessa frequente parola. Tra apparizioni mistiche, citazioni improbabili, gangster sudati e amori carnali (fa molto “chierichetto”, lo so) lo stile spumeggiante di Dìaz non risparmia nessuno, non sorvola, ti spiaccica in faccia senza mezzi termini ogni attimo, ogni parola, come un pugno allo stomaco. Ti prende per l’ombelico ( a mo’ di passaporta, quella di Harry Potter) e ti trascina in un universo che non hai mai visto, e dove tutto è familiare. Poi, quando lo finisci, è un’altra botta, una spallata. E ne senti giù la mancanza.



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