venerdì 1 giugno 2012

Il tempio degli Otaku: sessantaquattresimo appuntamento “Buraiden Gai”


A cura di Surymae Rossweisse


Salve a tutti, e benvenuti ad un'altra puntata de “Il tempio degli Otaku”. Per il solito ciclo di manga che ormai conosciamo solo io ed i loro autori – che ormai supererà di numero gli altri articoli... - un caso piuttosto interessante. In genere parliamo di mangaka noti in Italia, ma di cui nessuno prende in esame l'opera in questione, o al contrario di nomi totalmente sconosciuti.
Il fumettista autore del manga di oggi, Nobuyuki Fukumoto, è un po' a metà tra queste categorie. Autore noto in patria, dove le sue serie hanno anche ricevuto un adattamento filmico (il cosiddetto live action); al contrario, sebbene il suo nome abbia una voce nella Wikipedia italiana, le nostre fumetterie non hanno nessuno dei suoi titoli. Men che meno quello di cui parliamo nello specifico, forse una delle sue opere minori; e forse proprio per questo l'ideale per conoscere questo mangaka sconosciuto ai più ed i suoi stilemi più celebri. Diamo un caloroso benvenuto, perciò, a “Buraiden Gai” di Nobuyuki Fukumoto. Buona lettura!

Gai è un ragazzo di tredici anni che non ha nessuno al mondo, e non per modo di dire. Cresciuto in orfanotrofio – da cui poi è scappato – vive di espedienti; va a scuola, ma la sua vita sociale è nulla.
Ad aggiungere sale sulle ferite, viene accusato dell'omicidio del benestante Hirata, il cui figlio il nostro conosce di vista. Inutilmente Gai sostiene di essere stato incastrato, cosa che in effetti è avvenuta: chi mai darebbe ascolto ad un tredicenne che conduce quel genere di vita ed ha un tale aspetto da delinquente?
Il ragazzo viene così portato in una prigione molto speciale: l'Istituto Umanitario. A dispetto del nome rassicurante, e dei toccanti discorsi del sadico direttore Sawai, i prigionieri vengono trattati alla stregua di bestie, allo scopo di ritrovare la loro umanità, appunto. Gai cerca di ribellarsi a tutto questo, e di scappare. Ci riuscirà? E anche se lo facesse, potrebbe ribaltare la sentenza di colpevolezza?

La trama di “Buraiden Gai” ha forse una pecca: il target. Viene infatti definita shonen, ma come impostazione, svolgimento e messaggi proposti forse sarebbe stato più adatta l'etichetta di seinen. Forse per rendere il titolo più adatto al pubblico, o semplicemente più colorito, la trama è poco realistica. Naturalmente l'esempio principe è l'Istituto Umanitario, che per fortuna soltanto in poche zone del mondo – e probabilmente non in Giappone – ha suoi eguali.
Anche la storia personale di Gai pecca di alcune ingenuità e forzature, soprattutto la parte riguardante l'omicidio del signor Hirata. Se da un lato viene spiegato chiaramente perché è stato scelto proprio il nostro, le circostanze che hanno messo in atto questa decisione sono eccessivamente arzigogolate, e Gai ha poco da ribattere che è fatto apposta per non rendere credibile la sua testimonianza.
In parte collegato a questo aspetto, il fatto che l'opera conti solo cinque volumi gioca non poco sull'economia della storia. A parte però poche sbavature – come il poco spazio dedicato a chi ha veramente ucciso Hirata – non si ha mai l'impressione che duri meno del necessario. Anzi: tutto ciò consente alla storia di raggiungere con sicurezza e senza troppi fronzoli i temi che più le stanno a cuore.
Non fatevi ingannare dall'escalation di violenze più o meno insensate, dallo stereotipo del condannato ingiustamente, ecc. “Buraiden Gai”, tra un pugno e una macchinazione di prove, nasconde temi piuttosto profondi. E' particolarmente presente un attacco al sistema giudiziario giapponese in materia di minori.
A differenza delle altre branche del diritto, infatti, i casi minorili hanno solo un grado di sentenza, senza possibilità di appello; a quanto sostengono i personaggi principali della storia, una corte che analizzi e giudichi con cura il caso, valutando attentamente interrogazioni ed eventuali prove, non esiste: è praticamente soltanto lavoro d'ufficio, a meno che non ci siano dubbi su come siano andate effettivamente le cose – e nel caso di Gai, purtroppo, così non è. E' evidente, neanche troppo tra le righe, che l'autore si auspicherebbe una procedura magari più lunga, ma sicuramente più equa: senza contare che, come è ovvio, per un condannato è difficilissimo rientrare in società e condurre una vita normale, anche dopo aver scontato la sua pena.
Altro tema principale è come redimere i criminali. Il dilemma è questo: usare un linguaggio “che loro capiscono”, vale a dire la violenza, oppure fargli capire in altri modi i loro errori? In questo manga si propende per la prima ipotesi, ma vale lo stesso discorso per i procedimenti penali: è evidente che Nobuyuki Fukumoto dissente.
Sawai crede nettamente nelle maniere forti, ma non è questa la cosa che più sconcerta di lui, e lo rende un personaggio davvero ben caratterizzato. Il problema è che ne è veramente convinto, e quindi è spietato nei suoi metodi. Più volte lo vedremo passare da un discorso toccante sulla necessità di rimettere in sesto i reietti della società e trasformarli in vere persone a picchiare, torturare psicologicamente e fisicamente, minacciare coloro di cui dovrebbe prendersi cura. I prigionieri – perché di questo si tratta – vivono nel terrore: sono sotto costante minaccia di armi; non possono scappare dall'Istituto, ed anche se ci riuscissero sanno bene che nessuno darebbe loro ascolto; la loro umanità, che pure si dovrebbe incoraggiare, viene al contrario schiacciata e demolita fino a renderli sempre schiavi e remissivi, disposti a tutto pur di sopravvivere. Ma Sawai non nota la contraddizione in ciò, ed anzi la cerca volutamente: sono la feccia della società, non si rendono conto che ormai sono delle bestie e che sono, almeno a suo parere, malati mentali. Ben venga quindi la violenza, se è l'unico modo per aiutarli. Lui crede di fare una missione, appunto, umanitaria.
Di diverso parere è ovviamente Gai, che però non è il solito protagonista shonen tutto amicizia e giustizia. Complice la sua esistenza travagliata, infatti, è una persona solitaria, al limite della misantropia. Diffidente per natura, se proprio deve affidarsi a qualcuno preferisce una persona meschina, di cui capisca subito il secondo fine. Coltiva e ricerca la solitudine, anche se a volte invidia i suoi coetanei, così allegri e spensierati. L'esperienza vissuta all'Istituto Umanitario lo porterà a vedere più di buon occhio la compagnia di altre persone...ma soltanto perché l'unione fa la forza. Il fatto che alla fine della storia rimanga sempre lo stesso è un punto di rottura con altri titoli del genere: ci si aspetta che maturi, ma questo accade solo in parte. Volente o nolente, rimane sempre fedele a sé stesso.
La sua principale caratteristica è l'orgoglio, smodato: lo spinge a cercare sempre di uscire dalla sua situazione, anche se nel mondo esterno non c'è niente che lo aspetta, e a cercare la giustizia – ma soltanto per il suo tornaconto personale, non per spirito di sacrificio. Non mancano i momenti in cui dubita di sé, come tutti gli adolescenti, o rimpiange quello che al contempo è il suo grande pregio e grande difetto. Ciò lo rendono un protagonista con un ottima introspezione psicologica, per cui è facilissimo parteggiare.

Il tratto di Fukumoto non è il massimo dal punto di vista estetico. Nonostante gli sfondi e i retini siano usati con efficienza, infatti, le fisionomie dei personaggi si assomigliano tutte – ad eccezione di un comprimario – e sono tremendamente rozze e “scatolari”. Non tutto il male viene per nuocere, però: è uno stile che si adatta alla storia, e soprattutto ai personaggi infidi che la abitano. Un altro tratto non avrebbe garantito la stessa atmosfera, e quindi avrebbe inficiato su un titolo che, seppur di nicchia, non manca di potenzialità.

...E per oggi è tutto, cari amici. Arrivederci alla prossima settimana, con “Il tempio degli Otaku”!

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