venerdì 6 gennaio 2012

Il tempio degli Otaku: quarantaquattresimo appuntamento "Jimbe"


A cura di Surymae Rossweisse


Salve a tutti, e benvenuti ad un'altra puntata de “Il tempio degli Otaku”. Oggi parliamo di un mangaka amatissimo – di cui tra l'altro abbiamo già parlato, mesi e mesi fa, della sua opera più famosa – noto per il suo sovrapporre in maniera perfetta lo sport e le emozioni, la poesia e un umorismo leggero con il gusto delle citazioni. Sarebbe facile soffermarsi sui suoi manga più celebri, ma siccome non è “Il tempio degli Otaku” se qualche volta non mi dedico ad una serie che se non conosco solo io, poco ci manca, eccoci qui a parlare di un volume autoconclusivo, diverso dalle solite coordinate su cui si muove l'autore, ma allo stesso tempo fedele alla qualità a cui da sempre ci  ha abituato – e speriamo continui a farlo anche in futuro. Beh, bando alle ciance: oggi si parla di “Jinbe”, di Mitsuru Adachi. Buona lettura!

Jinpei “Jinbe” Takanashi è un uomo come tanti: lavora in un acquario, sua grande passione, è benvoluto dai suoi colleghi, da cui si distingue per l'indole bonaria.
La sua vita familiare, però, non è comune. Anni prima Jinbe ha sposato una donna, Rikako, che aveva divorziato dal precedente marito. La nuova coppia è andata a vivere insieme con la figlia di lei, la piccola Miku, e tutto sembrava andare bene; almeno fino a quando, ahimè, Rikako non si è ammalata ed è morta.
Sono passati tre anni da allora. Jinbe e la ragazzina vivono ancora insieme, ma tra un'incursione del padre di lei – che ancora non riesce ad accettare la scelta dell'ex moglie – e le prime cotte l'equilibrio tra di loro comincia a farsi precario. E' sempre più pressante, per il nostro, la consapevolezza di non essere il genitore biologico di Miku, e che mai lo sarà; ed è sempre più pressante per lei l'ambiguità della loro relazione, troppo stretta per essere conoscenti ma troppo larga per essere parenti. Prima o poi, arriverà il momento di scegliere definitivamente che forma dare al proprio rapporto...

Innanzitutto, una premessa: dici Mitsuru Adachi e dici “shonen”, in particolare quelli sportivi. Quasi tutte le sue opere sono dedicate a quel tema – soprattutto il baseball, suo grande amore – anche se lo sport viene sempre dopo le vicende emotive dei protagonisti. In “Jinbe”, curiosamente, lo sport è solo sullo sfondo: il protagonista, infatti, da giovane ha giocato a calcio, nel ruolo di portiere – in cui, pare, era estremamente bravo.
Soltanto in un capitolo la sua vecchia passione viene riesumata: per Miku, ovviamente. Il caso ha voluto che lei avesse una cotta per un giocatore di calcio, il belloccio Jinishi, e sembra ricambiata. Jinpei – un po' per vedere di che tempra è fatto il ragazzo, un po' per fare impressione su Miku – decide di sfidarlo. La cornice della competizione semi - seria sfuma presto, e il nostro ex portiere allena addirittura la squadra di Jinishi. Come sempre, quindi, lo sport si deve adeguare alle dinamiche dei protagonisti, ma mai come in questo caso: un motivo valido per rendere “Jinbe” un'opera atipica nel parterre di Mitsuru Adachi, anche se solo fino ad un certo punto.
Se lo sport non è l'argomento principale di questo volumetto, allora cos'è, vi chiederete? Sono tanti:  la vita quotidiana, e soprattutto, naturalmente, la natura del rapporto tra i due protagonisti.
Partiamo dalla prima. Anche qui, non un tema mai affrontato prima dall'autore, anzi. Gli eventi narrati nel manga sono perlopiù cose che potrebbero capitare anche a noi: un compleanno dimenticato, lo “spaccio” di fotografie dei ragazzi più belli della scuola, gli scherzi dei bambini, la visita alla tomba di una persona cara che ci ha lasciato prematuramente. Qualcuno di voi potrebbe pensare che si tratti di qualcosa di piuttosto noioso; e invece no. Questo perché tutti questi avvenimenti hanno uno scopo preciso: caratterizzare i personaggi. Il lettore può così vedere a modo suo, senza che nessuno glielo racconti dall'esterno, come sono fatti i protagonisti, quali sono le loro abitudini e come interagiscono fra loro. Ecco come mai Jinbe ci appare sotto una luce positiva: perché lo vediamo sorvegliare sul benessere di Miku, almeno fino a quando, dice, la ragazza non avrà trovato qualcun altro degno di farlo. Ecco come mai scopriamo che Miyage, il padre di Miku, è qualcosa di più di un ex marito deluso: vuole ancora trovare spazio nella vita della figlia, anche a costo di dover acquistare, nel pacchetto, l'uomo che gli ha rubato la moglie. Ecco come mai sappiamo che Miku è insoddisfatta della situazione precaria con Jinpei: la vediamo fare sempre riferimenti più o meno velati a ciò.
Adesso credo sia giunto il momento di parlare dell'argomento cardine del manga: il rapporto tra i due protagonisti. Jinbe - caratterizzato in modo assolutamente realistico - è indeciso, e propende per lasciare le cose così come sono, metà parenti e metà qualcosa di più. Questo perché è diviso tra due fuochi. Il primo è la sua parte paterna: quella che ricorda con tenerezza Rikako, che ritiene di poter essere l'unico punto di riferimento di Miku, e perciò l'unico che può salvaguardare la sua crescita e renderla un'adulta serena. Ma il suo essere guardiano è davvero così disinteressato? L'esclusività che ritiene di avere sulla ragazza è dovuta soltanto allo sforzo di proteggerla, o ad una malcelata gelosia? Andando più oltre, qual è la vera causa di questa gelosia? Questo è il secondo fuoco di Jinbe: quello che gli rammenta, incessantemente, che anche se lei lo chiama così lui non è il suo vero padre; molte pretese che accampano i genitori, come ad esempio l'attenzione nei confronti degli spasimanti delle figlie, lui non le può fare. “E' così che si comportano i padri?” le chiede una volta.
Come spesso accade anche nella realtà, però, chi è il più maturo della coppia è lei, sebbene sia più giovane. A volte anche provocandolo – facendo battute scherzose, o comportandosi in modo quasi da civetta – gli fa capire che sta diventando una donna, e che questa situazione gli sta stretta. Miku sa benissimo che non si può andare avanti così per sempre, e che bisognerà fare una scelta. E questa decisione spetterà solamente a lei: sarà senza dubbio sofferta, ma è una cosa necessaria. Jinpei, però, questo lo capisce solo fino a un certo punto. O forse fa finta di non capire...
Infine, il terzo incomodo: Miyage. Ironia della sorte, pare fosse un vecchio compagno di Jinbe: di conseguenza, quando sua moglie ha scelto l'altro, non ci è rimasto molto bene. Jinpei, però, gli addossa la colpa: ha dato troppa attenzione alla carriera e alla ricchezza personale, logico che poi abbia perso tutto. Miyage però non ha intenzione di farsi da parte. Miku rimane sua figlia, ed è chiaro che nonostante le apparenze le è sinceramente affezionato: non tollera – e ritiene sbagliato moralmente – che lei viva con un uomo con cui non è parente. Almeno la sua posizione, quindi, è chiara, ma non è questo consoli molto Jinbe; anzi, non gli piace che frequenti la ragazza. Anche qui, bisognerebbe capire il perché: lo ritiene semplicemente una persona dannosa per la vita di lei, o teme che, al contrario, questa decida di tornare da lui, abbandonando il povero Jimpei? Nonostante quindi il suo risicato spazio nella storia, è Miyage il perno del rapporto tra ragazza e l'ex di Rikako; è anche sul suo ruolo che Miku deve scegliere. E prima o poi, state sicuri, lo farà...

Il tratto di Mitsuru Adachi è caratteristico, all'insegna della morbidezza. E' piuttosto semplice: le fisionomie dei personaggi sono elementari – ed un po' si assomigliano tutte – gli sfondi sono spogli,  e a parte poche scene naturalistiche le tavole sono parche di dettagli. In compenso la regia di queste e le inquadrature sono piuttosto cinematografiche e personali: frutto, senza dubbio, di un'esperienza fatta sul campo. E i cui frutti sono ampiamente meritati.

E per oggi è tutto, cari amici. Arrivederci alla prossima settimana, con “Il tempio degli Otaku”!

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