giovedì 19 settembre 2013

Quando si oscurano i blog. Articolo-traduzione sulla monetizzazione dei blog personali

Abbiamo tradotto questo articolo - che poco ha a che fare con i blog letterari - comparso su Salon.com il 28 luglio. L'argomento abbraccia alcuni aspetti della vita del blogger: la necessità di "staccare la spina", la paura di non ritrovare il proprio seguito al ritorno, o di raccontare fallimenti personali a numerosissime persone che nutrono delle aspettative; ma anche l'incremento di blog che sprizzano gioia e positività piuttosto inverosimili, soprattutto se legati alla "monetizzazione", cioè al guadagno oggettivo ricavato dalle visite sul blog - e la monetizzazione potrebbe avere facce diverse, non per forza dipendenti da un guadagno immediatamente economico. 

When blogs go dark


Nell'epoca dei “blog come marchi”, prendersi una pausa potrebbe essere una maledizione. Ma a volte è proprio ciò di cui gli scrittori hanno bisogno.

Di Anna North

Quando Allie Brosh pubblicò il famoso resoconto illustrato sulla depressione sul suo sito Hyperbole and a Half, ricevette molti apprezzamenti, e tutti meritati, per aver prodotto una delle descrizioni più commoventi sulla malattia dai tempi di David Foster Wallace. Ma ciò che è degno di nota di questo brano è che la sua pubblicazione è avvenuta un anno e mezzo dopo il suo ultimo importante post: un'eternità ai tempi di internet. Da ottobre 2011 a Maggio 2013, Allie Brosh è infatti sparita dalla faccia del web.
Non si tratta di pigrizia – il suo primo romanzo uscirà questo autunno – ma questa lunga interruzione ci ricorda come il ritmo delle pubblicazioni via internet possa oggi farci sentire come se vivessimo, in tempo reale, la vita di un estraneo. Fino a che, improvvisamente, ci accorgiamo che non è così.

È possibile che, in una certa misura, Twitter e Facebook abbiamo rimpiazzato i blog personali, ma per molti scrittori i siti personali rimangono importanti, soprattutto se sperano di ricavare denaro dal proprio lavoro. E l'atmosfera da confessionale dei primi anni 2000 è stata, secondo alcuni, eclissata da una più professionale, in cui ogni post è un'opportunità di promozione del proprio “marchio”: voltare le spalle a tutto questo, o persino ammettere di desiderare di farlo, può essere particolarmente difficile.

Kelly Diels
“Se non scrivo” afferma Kelly Diels, fondatrice del popolare sito Cleavage, “allora sapete che sono davvero nei guai.” Nel 2012, nel corso della sua lotta contro la depressione, si è presa una lunga pausa. “Anche se ho smesso di aggiornare il blog per 7 mesi – che parevano 7 anni – non ho mai preso la decisione solenne e consapevole di ritirarmi dalla scrittura e di smettere di pubblicare.” continua, “Quello che succede, invece, è che non decido nulla, niente di niente. Non ammetto di essere nei guai, non decido se scrivere o meno, improvvisamente non riesco più a pubblicare. […] Non voglio attenzioni, non voglio responsabilità, semplicemente non voglio.”

Carrie Arnold
Per Carrie Arnold, blogger di lungo corso che parla di disturbi alimentari su ED Bites, il tempo di una sorta di pausa imposta è giunto in occasione di una ricaduta. Dovette lasciare il lavoro e l'appartamento e non ebbe il tempo di aggiornare il blog per almeno una settimana. I suoi erano lettori fedeli e, come del resto sostiene lei stessa: “Sapevo che una settimana di assenza sarebbe stata notata.” Quando diede inizio al blog, fece “una promessa a me stessa e ai miei lettori che non avrei mai mentito riguardo ai [disturbi con il cibo], ai sintomi e a cosa vuol dire guarire.” Decise quindi di aggiornare il blog con le ragioni alla base della sua assenza, ma afferma: “Ero preoccupata perché sapevo che molte persone cercavano nel mio blog una speranza di guarigione, ma io ero caduta di nuovo e avevo scampato per un pelo un altro ricovero in ospedale. Ho sentito che sarebbero rimasti delusi e che si sarebbero arresi.”

Un timore condiviso anche da Kelly Diels: “Ecco che cosa mi risuonava in mia testa, come il nastro di una telescrivente: che razza di leader sono? Non riesco a ricomporre nemmeno le mie stronzate. È dura ammettere pubblicamente fallimenti o malessere, soprattutto quando la blogosfera sembra essere trascinata da un'ondata implacabile di positività. Rose e fiori! Stupendo! Sonocosìfelice,felice,chegioia,chegioia!”

Esme Weijun Wang
La natura mutevole di internet può rendere più difficile per gli scrittori condividere i propri problemi. Esme Weijun Wang, blogger e autrice che scrive sul proprio sito eponimo, ha parlato di malattia mentale fin dagli esordi d'oro del social network LiveJournal, nei primi anni 2000. Per lei quei giorni offrivano una maggior sensazione di comunità circoscritta, quindi sicura. “[LiveJournal] forniva un'illusione di privacy, cosa che la maggior parte delle realtà in internet non offre oggi; LJ permetteva di propri iscritti di scrivere quelli che erano chiamati “post solo per gli amici” (“freinds-only post”), ciò significa che tutti coloro che leggevano il tuo diario giornaliero erano stati da te precedentemente autorizzati a leggere il tuo materiale (spesso intensamente) personale. Spesso ci conoscevamo solo con il nome che usavamo su LJ: conoscevo i miei amici più cari su LJ con il loro nome e cognome, ma io stessa, per esempio, ho pubblicato per anni con un nome dal suono caucasico”. Oggi che molti blog sono aperti a chiunque voglia leggerli, afferma: “Mi sento più isolata ora che ai bei tempi di LJ, quando tutti erano ugualmente aperti e non si preoccupavano del fatto che, per esempio, il loro capo potesse leggere di notti passati a piangere disperatamente.”

Aggiunge inoltre: “La sempre più ampia monetizzazione dei blog, e con questo intendo la tormentosa sensazione che non ci sia più spazio in Internet per quei blogger che non sono interessati al guadagno, influenza anche il modo che oggi ho di rapportarmi con la rete.” Coloro che cercano di ricavare denaro dal proprio blog potrebbero essere meno inclini a rivelare gli aspetti bui della vita, e più propensi a usare l'approccio “rose e fiori”.

Avere un blog per chi intende monetizzare il proprio sito è, ovviamente, un lavoro ed è difficile voltare le spalle al lavoro, per le molteplici ragioni per cui non si può fare (possono anche non esserci capi con cui giustificarsi, ma nemmeno coperture assicurative). E per i molti blogger che si sono costruiti un certo seguito, è come essere un po' una celebrità: non puoi lasciare senza che gli altri non se ne accorgano. Eleazar Eusebio, terapista e professore in psicologia, ha notato come postare sulle malattie mentali crei una certa aspettativa: “Se metti qualcosa là fuori, alla fine devi quasi portare un qualche tipo di prodotto finito. Siamo sempre alla ricerca di quello che è successo poi.” E se non lo otteniamo, “ci sentiamo come se pensassimo: ma che fine ha fatto quella persona?”

Per alcuni, franchezza e trasparenza possono essere l'antidoto. Dice Carrie Arnold: “Ho realizzato che le versioni della guarigione troppo zuccherose e felici non mi “suonavano”. Non sembravano realistiche”. Alla fine, si è sentita orgogliosa della decisione di scrivere delle ragioni per cui è  sparita per una settimana: “Sento davvero che presentare la realtà con tutte le sue imperfezioni è molto più d'aiuto che fingere che le ricadute non avvengano.”

Kelly Diels, che è ritornata dal suo periodo off e ha in seguito scritto un brano profondamente personale riguardo ai suoi conflitti, afferma: “Sono impegnata a scrivere mentre sono ancora nel pieno della depressione. Non sto cercando di rendere accettabile la mia esperienza o di insistere nel confezionare un lieto fine quando non ce n'è uno. E, spero, che parlare in toni reali della depressione possa aiutare anche altre persone che ne soffrono.”

Se torniamo indietro ai tempi di Live Journal come fa Esme Wang, allora vediamo che pubblicare sui blog non è iniziato come un lavoro o come una strada per raggiungere la fama, seppur limitata. Tutto è iniziato come un modo di condividere le emozioni, a volte esagerando. E sebbene alcuni settori della blogosfera siano ormai stati travolti da un' “ondata implacabile di positività”, ci saranno sempre quei lettori che si avvicinano ai blog in primo luogo per la personalità di chi scrive, per dare uno sguardo, seppur breve, alla sua vita. E a volte, quella vita richiede semplicemente di prendersi una pausa dalla scrittura. La Wang dice di sentirsi in ansia quando ha bisogno di lasciare “incolto” il suo sito, preoccupata “dal timore che, quando ritornerò, i miei lettori non si ricorderanno più di me.” Ma poi aggiunge: “Ma ho scoperto che i miei lettori tendono ad essere fedeli, e di solito, quando ritorno, li ritrovo lì.”


Qualche informazione sulle blogger citate

Alice Brosh
http://hyperboleandahalf.blogspot.it
Americana, autrice del blog Hyperbole and a Half, dove, inserendo molti elementi grafici, parla con umorismo delle sue esperienze di vita in Montana e della sua depressione.

Kelly Diels
Dal Canada, madre di ben 4 figli, scrive di tutto ciò che è importante (per lei): sesso, denaro, vita... senza dimenticareil femminismo.

Carrie Arnold
Americana, si definisce scrittrice freelance di materie scientifiche e disegnatrice di gioielli. Sta uscendo da una battaglia contro l'anoressia lunga ben 10 anni. Finora ha pubblicato 3 libri.

Esme Weijung Wang
Americana di origine taiwanese, anni fa le fu diagnosticato un disturbo dell'umore. Nel suo blog si parla di disturbi mentali, ma non solo!


Traduzione a cura di Gloria Pluricelli.

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