domenica 24 febbraio 2013

Recensione: “Le perle del drago verde” di Lisa See



Le perle del drago verde - Lisa See
Dopo una giovinezza felice a Shanghai, il sogno delle sorelle May e Pearl Chin è finito a Los Angeles, dove entrambe sono destinate a un matrimonio combinato. Nella Chinatown della città, le loro due famiglie crescono Joy, che a diciannove anni scopre per caso e con dolore di non essere figlia di Pearl, come ha sempre creduto, bensì di May e del suo grande amore di gioventù, il pittore cinese Z.G.
È il 1957 e nulla sarà più come prima per Joy, che decide di partire per conoscere il Paese al quale sente di appartenere e soprattutto il suo vero padre. Ma il mondo che l’attende è la Cina maoista del Grande Balzo in Avanti, un mondo in cui gli individui non contano nulla, piegati dal potere e dalle sue richieste spietate. Anche il padre naturale di Joy è osteggiato dal nuovo regime in quanto artista ed è costretto a partire per la campagna dove dovrà «imparare dalla vita reale». Nel suo cieco entusiasmo, Joy decide di seguirlo e in un villaggio sperduto nel cuore della Cina conosce un giovane contadino di cui si innamora perdutamente. Ma Joy ha due madri che l’attendono e che sono disposte a tutto pur di riportarla a casa...
Editore: Longanesi 
Pagine: 448 pagine 
Formato: rilegato 
Prezzo: € 18,80 





 

Voto:


Mi sono lasciata trascinare nuovamente in Cina, grazie al nuovo romanzo di Lisa See.  È stato un ritorno ad una realtà ben diversa da quella che mi si era presentata ne “Fiore di neve e il ventaglio segreto” (del quale trovate la recensione qui), in quanto collocata intorno agli anni Sessanta del secolo scorso, durante il governo maoista e la politica del “Grande balzo in avanti”.
“Le perle del drago verde” è la storia di Joy, ragazza nata a Los Angeles da una famiglia cinese, che scappa verso la Cina, decisa a ritrovare il padre e infiammata dall’ideologia comunista che raggiunge le associazioni universitarie cinesi, insieme a notizie lusinghiere riguardo lo sviluppo del paese. La sua fuga ha anche un altro motore: ha scoperto che per diciotto anni sua madre Pearl, che si rivela essere in realtà sua zia, le ha mentito riguardo la sua nascita, facendole crollare le certezze e scatenando in lei il bisogno di sapere di più riguardo le proprie origini. Così Joy si avventura alla ricerca del padre, Z.G., perdendo però la possibilità di ritornare negli Stati Uniti a causa della confisca del passaporto. Z. G. era stato l’unico vero amore di sua zia May (madre biologica), ed è un artista molto rinomato e riconosciuto dai vertici di governo, ma considerato troppo incline alle ideologie borghesi e capitalistiche bandite da Mao. Scoperto di avere una figlia, Z.G. porta con sé Joy a Drago Verde, un villaggio dove il pittore ha il compito di istruire i cittadini ai dettami dell’arte comunista. È qui che Joy incontra Tao, giovane di bell’aspetto e particolarmente abile nel disegno, del quale si innamora. Z.G. riesce a persuadere la figlia ad essere prudente nei confronti di Tao, temendo che finga interesse per la ragazza perché affascinato dall’idea di potersi trasferire in città ed avere successo. Chi abita in campagna, infatti, non ha il permesso di spostarsi verso la città e, di contro, i cittadini raramente ottengono permessi per raggiungere la campagna (a meno che non siano permessi speciali, come quello che porta Joy e Z.G. a Drago Verde). La ragazza e suo padre tornano a Shangai dove apprendono che Pearl è giunta in cittò per riportare Joy a casa, ma la ragazza si rifiuta di lasciare il paese, assuefatta dall’ideologia e “corrotta” dai sentimenti che prova per il giovane Tao. Il suo ritorno a Drago Verde, diventato un villaggio della comune, segnerà l’inizio di una nuova vita al fianco del giovane che ama, molto ben diversa da quella che aveva immaginato.

Le perle del drago verde” è un romanzo particolare, ricco di storia e per certi versi crudo, una rappresentazione fedele e viva dell’eterno conflitto madre/figlia, attraverso le memorie che prendono corpo dalle voci di Joy e Pearl che si alternano pagina dopo pagina. Sono loro, infatti, ad accompagnarci in un periodo storico buio, rivelandoci i particolari più scomodi di quello che è stato, le difficoltà e la mancanza di libertà da parte del popolo cinese. Si tratta di un romanzo di formazione, crescita fisica e ideologica, che coinvolge non solo la protagonista più giovane, ma anche gli altri personaggi principali, come ad esempio Pearl, la cui storia – già raccontata nel primo volume della saga familiare, “Le ragazze di Shangai” – ha qui una conclusione ben diversa da quella che ci saremmo immaginati. Si potrebbe dire che anche il lettore ha modo di “crescere” scorrendo il romanzo, ottenendo vari spunti per la riflessione sul quotidiano, su ciò che ci circonda, ma soprattutto riesce a cogliere la non troppo sottile polemica di stampo politico. La See ci parla di propaganda politica, di asservimento al potere, ma soprattutto di omologazione e alienazione delle masse, di “bugia” di Stato. Alla luce dei mille eventi di cui oggi è facile avere notizia, il pensiero non può che andare all’idea che in Cina molte cose siano rimaste immutate: oggi si presenta come un paese forte su mercato, che però non permette una libera circolazione dell’informazione al suo interno e all’esterno. Tale polemica si fa forte soprattutto quando si parla di organizzazione delle comuni, delle bugie che i capi raccontano ai contadini ignoranti, facendogli quasi il lavaggio del cervello e inneggiando ad uno sviluppo sostenibile a costo della riduzione delle razioni di cibo. Emblematica è la considerazione di Joy, proprio riguardo il comportamento dei “tutori dell’ordine”, che con cosciente disillusione ci ricorda che il solo modo per evitare le ribellioni è affamare il popolo:

«Ora capisco come tutto questo possa essere accaduto e anche perché nel nostro Paese non ci sono state rivolte, proteste o insurrezioni. Siamo troppo deboli, stanchi e impauriti per intraprendere simili azioni. Affamandoci ci hanno fatto il lavaggio del cervello, e la gente crede ancora nel presidente Mao e nel partito comunista».

Un’altra tematica che ci accompagna dall’inizio alla fine è sicuramente quella dell’amore: le protagoniste hanno modo, nel corso degli eeni di capire se stessa, la loro natura, ma soprattutto imparano il vero significato della parola amore:

«Credevo che “ai kuo”, l’amore per la Cina e il suo popolo, fosse la cosa più importante al mondo.(…) Poi ho pensato che poter chiamare qualcuno “ai jen” mio amato, fosse più importante. (…) Ora ho capito che l’amore è qualcosa di molto più grande. “Kung ai”, l’amore universale, è la forma di amore più importante.».

Altro topos ricorrente è quello dell’inevitabilità del ritorno alle origini. Sembra quasi che la See voglia riproporre le teorie che vedono la storia non come una linea temporale sulla quale si susseguono gli eventi, bensì una combinazione che si ripete all’infinito, secondo il concetto dell’ “eterno ritorno” di Nietzsche.
Passiamo ora alle note dolenti. Per quanto “Le perle del drago verde” sia un romanzo affascinante, temo che l’utilizzo del presente indicativo come tempo della storia (e in questo caso anche del racconto) fosse destabilizzante e poco affine all’impianto memorialistico del romanzo: il passato remoto avrebbe di certo armonizzato la narrazione e sarebbe stato forse molto più affine allo stile inconfondibile dii Lisa See, rendendo di certo tutto molto più coinvolgente, visto che questa scelta si ripercuote sul ritmo narrativo, che in alcune parti subisce quasi un arresto. Altra pecca: il romanzo è impregnato di una forte dose di realismo, ma in alcuni casi i personaggi risultano poco coerenti con se stessi e tendono a smentirsi – è vero che l’animo umano è profondamente mutevole, ma a volte si ha l’impressione, nonostante la forte caratterizzazione, di essere in presenza di un personaggio diverso da quello preso in esame. Soprattutto è inverosimile il verificarsi di alcuni eventi che accadono da metà romanzo in avanti, che evito di anticipare semmai vogliate cimentarvi nella lettura.
In conclusione, “Le perle del drago verde” è sicuramente una storia molto istruttiva che non credo verrà mai pubblicata in Cina, interessante, ma di certo non all’altezza dei lavori precedenti della See. Resto dell’idea che non basti raccontare una bella storia per scrivere un bel libro, ma soprattutto che quando come in questo caso si scrive un romanzo storico, bisogna mettere da parte l’amore per i personaggi ed essere il più possibile realistici, a volte quasi crudeli con le proprie “creature”, altrimenti si dà l’impressione di aver voluto chiudere un ciclo in modo frettoloso e idilliaco, cosa alla quale Lisa See non mi sembra incline.


Lisa See
Nata nel 1955, vive a Los Angeles. Giornalista collaboratrice di Los Angeles Times, Washington Post, Cosmopolitan e Publishers Weekly, ha compiuto frequenti viaggi in Cina, soprattutto per visitare i luoghi di origine della sua famiglia, della quale ha raccontato la storia in “La montagna d’oro”. Negli Stati Uniti i suoi romanzi sono tutti bestseller che raggiungono i primi posti delle classifiche. Longanesi ha pubblicato “In una rete di fiori di loto”, candidato al premio Edgar, e “Fiore di Neve e il ventaglio segreto”.

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