lunedì 14 novembre 2016

Recensione: Eccomi di Jonathan Safran Foer


Eccomi, Jonathan Sagran Foer
Guanda
666 pagine, 22 euro
Eccomi, disse Abramo quando Dio lo chiamò.
Eccomi, ripeté sul monte Moria, pronto a sacrificare a quel Dio suo figlio.
Eccomi, sembra cercare di dire Jacob Bloch nella sua vita, senza mai riuscirci completamente.

Uscito a fine agosto per Guanda, il quarto libro di Jonathan Safran Foer sembra essere un inno all'incapacità di tenere le redini di un'esistenza, un catalogo degli eventi senza apparente causa-effetto che formano la vita.
Al centro della narrazione, quattro generazione della famiglia Bloch: il patriarca Isaac, ormai considerato troppo vecchio per vivere da solo; Irv, primo della dinastia Bloch a sentirsi a tutti gli effetti un ebreo americano; Jacob e Julia, vero motore della narrazione; i figli Sam, Max, Benji, ma anche il cane Argo. A smuovere gli eventi e le vite di questi attori inconsapevoli, un Bar Mitzvah che rischia di saltare, un cellulare pieno di messaggi erotici, l'arrivo dei parenti da Israele, una gita scolastica, la vecchiaia come rinuncia dell'indipendenza, la morte virtuale di un avatar, notti allo zoo e una distopica distruzione a opera di un terremoto devastante dello stato di Israele.
Del resto, come scritto da Matteo Persivale su La Lettura del 25 Settembre, “per Foer anche l'Apocalisse sarebbe il contorno del piatto di portata”.

Eccomi è un romanzo corposo, non solo per le sue 665 pagine, ma anche per l'intento di Safran Foer di farci stare dentro tutto (la vita, l'universo e tutto quanto, direbbe Douglas Adams): ogni esperienza, ogni aspetto della vita matrimoniale e delle dinamiche familiari di un ebreo americano alle prese con le vicende ebree americane degli anni '10 del ventunesimo secolo. Le voci si intrecciano: Julia, amareggiata e stressata da una famiglia che non riesce a donarle quello di cui ha veramente bisogno; Jacob e il suo desiderio di fuggire, senza mai averne davvero il coraggio; Sam, il primo amore, diventare adulti e tornare alla realtà; Max, dieci anni e una dialettica presocratica, un personaggio irreale eppure quello che più sembra essere la colonna portante di questa famiglia che poggia su fondamenta di silenzio e idiosincrasie.
Eccomi è anche un romanzo profondamente ebreo, con il suo bel glossario in appendice e quei ragionamenti che ogni lettore identifica con la letteratura ebraico-americana. C'è il senso di appartenenza a una nazione lontana, ci sono le riflessioni sull'antico testamento, c'è quel sentimento di vergogna riservata che si ritrova in Safran Foer, Roth, Bellow.

Ci sono un sacco di cose, in Eccomi, credo di essere riuscita a far passare il messaggio, forse troppe. Gli eventi, la vita quotidiana, il massiccio uso di prolessi e analessi, tutto concorre a creare una narrazione che vorrebbe essere un luculliano pasto a dodici portate, ma finisce per somigliare a una ciotola di cereali con mandorle, uvetta, fiocchi d'avena e gocce di cioccolato da ricercare scandagliando col cucchiaio i fondali lattei. Non c'è niente che non va, in questo romanzo – del resto mandorle, uvetta e gocce di cioccolato sono buone -, ma la lettura procede affaticata dalla vastità dell'universo che si dispiega davanti agli occhi del lettore, distraendolo dalla bellezza stessa della scrittura di Safran Foer.
Nonostante Eccomi sia un romanzo strutturalmente complesso e non omogeneo, il capitolo finale raggiunge con una stretta decisa l'essenza del romanzo, la presenza come prova di amore, collegando i cavi sfilacciati dei temi seminati tra le pagine e salvando un romanzo per molti versi non proprio riuscito.

Eccomi è un romanzo che debitamente sfrondato avrebbe rappresentato il punto punto più alto della carriera di Safran Foer, che purtroppo però sembra essersi dimenticato di quella regoletta da scrittori che recita kill your darlings. Del resto, come avrebbe detto Max, il fratello di Sam, tre anni dopo nel suo discorso per il Bar Mitzvah: “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare” e Jonathan Safran Foer, in questo romanzo che non è autobiografico, ma potrebbe anche esserlo, si è rifiutato di lasciare andare anche solo un piccolo pezzo.

Recensione a cura di Angela Bernardoni

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