giovedì 27 luglio 2017

Recensione: "Scomparsa" di Joyce Carol Oates

Scomparsa, Joyce Carol Oates
Mondadori
461 pagine, € 25,00
Chi è avvezzo ai libri di Joyce Carol Oates sa che le sue trame si possono riassumere con poche
parole, dando l’impressione di una certa linearità. Il problema si presenta quando il lettore tenta di andare più a fondo, di sbrogliare le fila di questa architettura “semplice”: a quel punto verrà colto da una sensazione asfissiante di deja-vu, un’inquietudine che mette radici nel subconscio e che vuole far emergere un ricordo. I libri della Oates ci toccano tutti nel profondo, nella nostra intimità di esseri umani, e così le vicende estranee, distaccate, quasi fredde, si trasformano in esperienze dolorose per il lettore che si è addentrato nel cuore della narrazione.

Di solito abbiamo un contesto, che è sempre americano: una borghesia benpensante, un luogo lindo e rassicurante, dimora di un personaggio colto. C’è il peccato, ovvero il rifiuto di adeguarsi al nitore di una vita agiata ma ricca di drammi personali. C’è la frattura, a cui segue, dopo un complesso percorso, la disfatta del protagonista.
Lo scontro di classe e l’ipocrisia fanno da contorno a una storia dove nessuno può essere assolto, tantomeno colui che dovrebbe essere la vittima – non di qualcun altro, ma del sistema: il povero, la ragazza nera, l’emarginato.

Scomparsa reitera, a grandi linee, gli schemi propri della Oates: in una famiglia benestante si consuma la tragedia della sparizione della figlia minore, Cressida, presumibilmente uccisa dall’ex fidanzato della maggiore, Brett Kinkaid. Eroe di guerra dal corpo e dal viso sfigurato, Brett è un ragazzo poco abbiente, cosa che non ha però impedito a Juliet Mayfield di innamorarsene.
Juliet e Cressida Mayfield sono due opposti destinati a non completarsi: la prima, “quella bella”, ha un carattere mansueto e aspirazioni domestiche; la seconda, “quella intelligente”, è un’adolescente insofferente, complicata e complessata, erudita, solitaria, forse affetta da una lieve forma di Asperger.
Il disegno che si va delineando attorno alla famiglia Mayfield, e in particolare attorno alle due sorelle, è torbido: Cressida influenza i suoi familiari al punto che loro stessi riescono a definirsi solo in sua funzione e di ciò che fa o non fa. Il padre, Zeno, incoraggia il talento artistico della ragazza; la madre, Arlette, ne subisce silenziosamente l’acredine; Juliet, infine, è condizionata dal permissivismo concesso solo alla sorella, in virtù del suo essere “speciale”.

A Cressida è conferito un potere di creazione e di distruzione, che userà – non si sa se in mala fede o meno – per rovinare la vita dei suoi cari, facendo in modo di sottrarre loro la sua presenza.
Scomparsa – come già Espiazione di Ian McEwan prima – è la parabola di un nucleo di vite cambiate per sempre dall’imprudenza e dall’egoismo di una ragazzina. Per Cressida non c’è, però, la giustificazione dell’innocenza, né l’ammenda, né la punizione: al contrario, viene vista fino alla fine come una vittima da proteggere, anziché come una carnefice. Poco importa, quindi, che la famiglia Mayfield sia andata in pezzi e un giovane militare abbia perso la libertà, poco importa che Juliet – l’unica che ha un moto di odio nei suoi confronti – abbia rinunciato all’amore della sua vita, se Cressida non lo ha fatto apposta.

Quello di chi scrive è, ovviamente, un giudizio parziale. L’autrice dissemina molti più dubbi di quelli che io ho deciso di risolvere addossando tutta la responsabilità alla protagonista, una persona confusa e in giovanissima età. Di oggettivo c’è la solidità della narrazione della Oates, una scrittura claustrofobica che pretende la massima attenzione e che si concede lunghissime digressioni a sfondo sociale – un intero capitolo sulle carceri americane. La trama, come accennato, è secondaria e lascia il posto all’introspezione psicologica, massiccia e quasi insopportabile perché costringe a entrare nelle menti disturbate e addolorate dei personaggi.
Leggere la Oates è un’esperienza ogni volta difficile ma doverosa, catartica, in grado di reallineare i pianeti e riconnetterci con il nostro emisfero emotivo, o, come dicevo all’inizio, con l’area della nostra mente che conserva i ricordi più atavici: il faticoso mese impiegato a leggere un suo romanzo diventa tempo dedicato alla costruzione della nostra identità.

martedì 6 giugno 2017

Letteratura e intraducibilità: la lingua del Finnegans wake

Letteratura e intraducibilità: l’eterno dilemma.
David Foster Wallace sosteneva che fosse impossibile tradurre fedelmente le sue opere in un’altra lingua. Per James Joyce, invece, che di certo non scriveva in modo più semplice, non esisteva niente che non potesse essere tradotto, tanto che cercò di commissionare all’amico e critico Nino Frank la versione italiana dell’ultimo capitolo del Finnegans Wake.

Nonostante la perentorietà della posizione del loro autore, i libri di David Foster Wallace sono oggi letti e conosciuti in ogni angolo del mondo civilizzato, mentre una sorte diversa è toccata al padre dell’Ulisse, che non lesse mai il Finnegans in italiano. La pubblicazione, iniziata negli anni Ottanta a cura di Luigi Schenoni, è stata interrotta nel 2008 per via della scomparsa di quest’ultimo e, dopo quasi dieci anni, è stata affidata a Enrico Terrinoni (che si era già occupato dell’Ulisse per Newton Compton) e a Fabio Pedone: il Libro III 1-2 è così stato dato alle stampe lo scorso 17 gennaio. Nella prima pagina, l’editore Mondadori annuncia che la pubblicazione del Finnegans sarà ultimata il 4 maggio 2019 con l’uscita, nello stesso volume, del Libro III 3-4 e del Libro IV 1.
La difficoltà che presenta un’opera come Finnegans wake, probabilmente la più complessa che esista, ha messo a dura prova i suoi curatori: la lingua, ci spiegano, è quasi totalmente inventata perché originata da una miscela di altre lingue, e la traduzione è resa più impervia dai riferimenti al folclore e all’attualità dell’autore che sono oggi difficili da rintracciare  lo stesso titolo richiama una ballata di metà Ottocento. Joyce voleva rompere con la tradizione del romanzo realista e col principio di verosimiglianza, dimostrando che non è possibile riprodurre la realtà: per questo motivo destruttura la parola, smontandone e riasseblandone delle parti, estrapola “pezzi di scrittura” da giornali e canzonette e diventa a sua volta un “masticatore”. L’esito è comico – e questo era l’intento di Joyce, che lungi dal voler comporre un vacuo esercizio stilistico mette il lettore al centro, dandogli libertà di interpretazione.

Non è importante, cioè, quel che Joyce scrive ma quello che il lettore capisce, e non ne esiste una versione sbagliata.

È la liberazione dal ventriloquismo: non siamo più portavoce di parole altrui, in un cortocircuito semantico tra ciò che vogliamo dire e ciò che riusciamo a dire, ma protagonisti di un linguaggio che si autogenera, creato e fagocitato sul momento, pronto a essere rimaneggiato dal lettore e risputato ogni volta in modo inedito. Non a caso, la ballata che dà titolo al Finnegans celebra il mito della rigenerazione.

Tutto questo asseconda un principio “democratico” attraverso il quale Joyce intendeva restituire la lingua al popolo: lui, irlandese ma internazionalista – vissuto tra Italia, Francia e Svizzera – era infatti insofferente all’imposizione dell'inglese attuata nel suo paese. La profonda modernità del Finnegans consiste quindi nella volontà di dare nuova voce agli esclusi e a coloro che hanno subìto una prevaricazione, grazie alla riappropriazione del linguaggio.

Ma non solo: per quanto l’aspetto ludico sia prominente, il linguaggio è un gioco molto serio. Finnegans wake insegna, ancora oggi, a notare le connessioni e a vedere i collegamenti più improbabili tra le singole parole e la cabala, la numerologia, la sapienza neoplatonica – argomenti di cui Joyce era appassionato. L’erudizione in lui si accompagnava a un gusto tanto marcato per i riferimenti più immaginifici che non fatichiamo a immaginarlo come un nerd dei nostri tempi, molto colto e molto sofisticato, ma non per questo meno immerso nella cultura pop.
La mastodontica opera di traduzione di Pedone e Terrinoni ci restituisce adesso il piacere di leggerlo nella sua intelligibilità, dando spazio a una dimensione che ci è molto più vicina di quanto possa sembrare.

lunedì 23 gennaio 2017

Intervista a Lelio Bonaccorso, disegnatore di The Passenger (Tunuè)

A cura di Tonino Mangano

Nell'estate del 2015, in occasione di una piccola fiera del fumetto messinese, ho conosciuto Lelio Bonaccorso. Mi sono avvicinato a questo mondo molto tardi, durante i primi anni universitari, e il suo nome mi è stato fatto per la prima volta dal proprietario di una piccola fumetteria del mio paese, ormai, ahimè, chiusa.

Classe ’82, Lelio è un disegnatore poliedrico che passa dal genere giallo al fumetto d’informazione, interessandosi anche alla satira. Ha all’attivo numerose pubblicazioni in Italia e all’estero, collaborazioni con quotidiani e case editrici del calibro della DC Comics e della Marvel, oltre che della nostrana Bonelli. Il suo ultimo lavoro è una graphic novel pubblicata da Tunuè, The passenger, basata su un soggetto del regista Carlo Carlei e con la sceneggiatura del giornalista Marco Rizzo. La qualità del lavoro e la passione con cui vi si dedica mi hanno colpito sin da subito, ma è soprattutto la vita da fumettista – che con grande sacrificio si fa strada a livello internazionale – a rappresentare un’ispirazione, un esempio da seguire.
Il fatto che tratti di tematiche importanti come mafia e immigrazione mi hanno spinto un giorno ad approfondire la sua storia e quello che c'è dietro il suo lavoro, in modo da farli conoscere al grande pubblico.

Abbiamo quindi fissato un’intervista il 14 novembre. Una serie di vicissitudini, tra cui la chiusura del bar votato come luogo dell’incontro, ci portano a casa sua, nella stanza dove le idee del disegnatore messinese si materializzano sotto forma di matite, acquerelli e colori. Una volta scambiati i saluti, iniziamo a discutere di storia e politica e a scambiarci pareri sulle nostre ultime letture. Quaranta minuti volano via in un soffio, e, quando ce ne rendiamo conto, iniziamo ufficialmente l’intervista.

Ci parli della trama di The Passenger e delle sue origini?

The Passenger nasce da una sceneggiatura del regista Carlo Carlei, quindi prossimamente avrà una versione cinematografica. È una storia inventata, ma è calata in un contesto del tutto realistico: parla di un boss della mafia – che ricorda molto i vari Provenzano, Riina, insomma un mix di queste figure – che, essendo stato tradito, scappa una notte da Palermo e va in cerca della sua vendetta. In questo viaggio molto vorticoso, in quella che può essere paragonata a una discesa negli Inferi, ci sarà l’occasione per osservare il rapporto di un malavitoso con vari aspetti della vita quotidiana, come la religione, i poteri occulti, la famiglia, il cibo. È ambientata nel periodo delle stragi del ‘92, per cui si parla anche di Falcone e di Borsellino. Ci saranno vari colpi di scena, ma chiaramente non li sveliamo in questa sede per non rovinare la sorpresa ai lettori. Si tratta, come ho detto, di una produzione del regista Carlo Carlei, al cui fianco spiccano Marco Rizzo per la sceneggiatura, quattro ragazzi siciliani per il colore: Deborah Allo, Claudio Naccari, Chiara Arena, Carmelo Monaco, i primi tre di Messina, il quarto di Catania. Il lettering è di Maurizio Clausi. Un’équipe abbastanza corposa, insomma.

Hai affrontato l’argomento della mafia varie volte nel corso della tua carriera. Da cosa è nato l’interesse per questo tipo di problematica?

Secondo me, per un narratore siciliano, a un certo punto è inevitabile scontrarsi con un tema simile. Nel senso che, nel contesto in cui siamo immersi, spesso non ci rendiamo conto di questa presenza che aleggia intorno a noi. Diventa quasi necessario lavorare su questi temi, per cercare di capirli. E poi è tutta questione di scelte: per me, fare fumetti ha uno scopo duplice, artistico-lavorativo ma anche sociale. Tra l’altro, parlare di mafia mi ha dato l’occasione di apprezzare molto di più gli aspetti positivi della Sicilia. C’è tanto di buono: persone capaci che ho avuto l’onore di conoscere, come i coniugi Agostino, i genitori di Nino Agostino. Inoltre, sono stato felice di riuscire a comunicare e fare informazione con tanti ragazzini delle scuole, anche quelle di quartieri molto complicati. È stata veramente una fortuna poter entrare in contatto con tutte queste persone e queste diverse realtà.



Secondo te, che già sul tema della mafia, come fumettista, stai facendo molto, le istituzioni e la società si stanno muovendo con sempre maggiore convinzione, determinazione e efficacia o si potrebbe fare di più? Se sì, cosa?

Cosa si potrebbe fare… queste sono domande complicate! Da fumettista cerco di dare input che facciano riflettere, perché qualsiasi problematica di questo genere si può combattere solo se c’è una presa di coscienza generale. Le istituzioni, se vogliamo definirle così, sono il chiaro riflesso dei cittadini: quando andiamo a votare, stiamo eleggendo persone che fanno parte del popolo, individui che hanno una loro storia e determinate relazioni con le criticità del territorio. Questo, nel bene o nel male, sortisce degli effetti. Credo inoltre che ci voglia una maggiore consapevolezza del problema, e soprattutto coraggio. È qualcosa di necessario. Come diceva Falcone, la paura c’è, è normale che ci sia, ma l’importante è che, insieme alla paura, ci sia anche il coraggio di affrontare le cose.

Ti sei anche occupato della satira attraverso i fumetti. Alla luce di ciò che è successo a e con Charlie Hebdo, e delle critiche che gli sono state mosse in seguito, come consideri la satira fumettistica? Deve avere dei limiti o secondo te ci sono dei canoni che devono essere rispettati e che salvaguardino il “buongusto”?

Nel caso specifico di Charlie Hebdo può piacere o non piacere: c’è chi ha reagito di pancia e ha espresso, giustamente, il suo disaccordo. Però la satira è un elemento fondamentale dell’aspetto civile di una società, e non può essere censurata, sarebbe un ossimoro dire che debba avere dei limiti. Poi si può discutere o meno se sia di buono o cattivo gusto. Ma è anche vero che ci sono tantissime cose di cattivo gusto che nessuno si allarma di censurare.

Per quanto riguarda il fumetto, secondo te è un genere che sta andando sempre più per la maggiore in Italia oppure c’è sempre qualche freno, come in passato?

Il fumetto ha avuto nei decenni dei momenti di sviluppo, pensiamo agli anni Settanta/Ottanta, quando spopolava. Poi c’è stato un momento di flessione, ma oggi, secondo me, è in ripresa. Innanzitutto perché affronta determinate tematiche con una freschezza e un’originalità che tanti media come il cinema – che sono forse anche un po’ più strumentalizzati – non dimostrano. E poi perché, anche nel contesto più commerciale, proprio grazie al cinema ottiene molta più visibilità, e The Passenger ne è un esempio. Credo che il trend del fumetto sarà costantemente in crescita, anche grazie ai social network che riescono a veicolarne l’espansione. Molte persone si avvicinano, iniziano a leggere, si incuriosiscono e appassionano. Basta vedere il fenomeno Zerocalcare, per esempio. Ha venduto decine di migliaia di copie, è stato candidato al Premio Strega, e questo permette, a tante persone che non leggevano fumetti, di avvicinarsi a Zerocalcare e di conseguenza di passare anche ad altro. Questo secondo me è un sintomo molto positivo.

Cosa puoi dirci invece dei tuoi attuali impegni lavorativi e dei tuoi progetti futuri?

Al momento sto lavorando su un reportage che uscirà il prossimo anno intitolato Sinai, iniziato dopo il mio viaggio a contatto con i beduini: è un lavoro sulla loro cultura e sulla situazione degli italiani che vivono e che ho conosciuto lì in Egitto, ma anche su quella che è stata la mia esperienza nel periodo in cui l’ISIS compiva stragi e attentati. La gente mi diceva “Sei pazzo ad andare in Egitto”, ma ho passato quaranta giorni lì e sono stati bellissimi. Mi sembra un segno di come la stampa italiana tenda a gonfiare in modo spropositato le notizie che filtra dall’estero. Il reportage, e questo ci tengo a dirlo, sarà pubblicato da Beccogiallo, ed è scritto insieme a Fabio Brucini, un mio caro amico che vive in Egitto per parte dell’anno. Sto lavorando poi a un grosso lavoro per una casa editrice francese, Glénat, una delle più importanti d’oltralpe. È una storia che parla della Turchia, del rapporto tra la Turchia, il fondamentalismo islamico e la Francia, della situazione delle banlieues francesi e soprattutto della vita di Mustafà Kemal che incarna l’aspetto laico della Turchia, oggi sempre più islamizzata dall’attuale presidente Erdogan. È una storia abbastanza tosta. Altri progetti… ce n’è uno sui Vespri Siciliani a Messina che sto portando avanti pian piano, per vedere se si riesce a sviluppare.

Per quanto riguarda la tua storia di fumettista: come sei nato, quali sono stati i tuoi primi passi? Magari, quali sono i consigli che daresti a chi vuole accostarsi a questo mondo?

Primo consiglio: bisogna crederci profondamente. Sfatiamo un mito: in Sicilia si possono fare questi mestieri. Esiste la Scuola del Fumetto di Palermo, che è la cellula principale da cui sono partiti molti autori giovanissimi che ora lavorano ad altissimi livelli. Bisogna crederci, richiede parecchi sacrifici, serve molto impegno per imparare a disegnare, a fare fumetti. A differenza di quello che si pensa non è un fatto di manualità – certo, c’è anche quello – piuttosto è un lavoro che dipende dalla tua mente, dal modo in cui si guarda e si conosce il mondo e dal modo con cui esprimi tutto questo. È questo, quello che fa la differenza. Io ho cominciato nel 2004, perciò non tanto tempo fa tutto sommato, dalla Scuola del Fumetto di Palermo. Non c’era nulla a Messina, niente. C’erano solo le Scuole di Firenze, di Roma. Io non ci potevo andare ed ho optato per quella di Palermo che aveva aperto quell’anno. C’è da dire che ho frequentato l’Istituto d’arte, alle superiori, l’Ernesto Basile di Messina, classe di oreficeria. Dopo il diploma ho avuto una breve esperienza alla facoltà di Architettura, ma poi ho capito che non faceva per me. Dopo un'esperienza non proprio positiva all'Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, mi sono rivolto alla Scuola del Fumetto di Palermo. Subito dopo aver iniziato a lavorare ho attivato dei corsi, sia insieme alla Scuola del Fumetto di Palermo, sia da solo: fortunatamente la cosa sta funzionando, i ragazzi sanno che c’è una possibilità dalle nostre parti e io non volevo che gli altri passassero le stesse cose che ho passato io. Non sapevo sinceramente dove andare a sbattere la testa. E oggi è più semplice, ci sono più opportunità, più occasioni.

Stai anche seguendo un progetto con la Triskelion. Di cosa si tratta?

La Triskelion è un’etichetta specializzata in produzioni cinematografiche e di animazione, che ho fondato con altri tre professionisti messinesi: Antonello Piccione che sta alla regia, Gianluca Vecchio, che lavora a Londra con personalità del calibro di Ridley Scott e si occupa di compositing, Luciano Cucinotta, un attore. In questo momento stiamo lavorando su un cortometraggio animato sulla guerra in Siria, quindi un prodotto di breve durata, ma molto intenso, che vedrà la luce l’anno prossimo. Per progetti futuri… vedremo!

L’intervista registrata si interrompe. Abbiamo continuato a parlare del più e del meno, spinti dalla mia curiosità – forse eccessiva – e dalla gentilezza con cui Lelio si è intrattenuto oltre.
Abbiamo sfogliato le storyboard, le matite e gli inchiostri (tre fasi della lavorazione del disegno), alcune pagine di suoi vecchi lavori (tra cui un’encomiabile produzione di “disegni in 24 ore non stop”) e abbiamo parlato delle sue esperienze di viaggio.

Mentre mi parlava del Sinai mi ha mostrato disegni e tavole che aveva realizzato in estemporanea durante la sua permanenza in Egitto.  Lelio si è mostrato per quello che è veramente, senza maschera alcuna, sincero dall’inizio fino alla fine: un disegnatore e una personalità sui generis. Non è solo un fumettista, ma un vero “narratore di immagini”. Con o senza l’ausilio dei disegni, sarebbe riuscito a dipingere nitidamente nell’immaginazione degli ascoltatori le scene che ha vissuto in quelle regioni africane. Alla base del suo lavoro sul Sinai ha messo esperienze di vite di abitanti del posto, ha riportato storie che passano di bocca in bocca tra i nomadi delle infinite distese desertiche, rappresentando quella che, a suo dire, è una “realtà senza tempo”. I popoli che abitano quelle sabbie sterminate sembrano percepire l’essenzialità della vita, ma palesano una cognizione del tempo inconcepibile per la cultura occidentale. Nel deserto nessuno si preoccupa di che ore siano, nessuno ricorda la propria data di nascita e tutti comprendono il valore dell’aiuto reciproco, anche nei confronti di perfetti sconosciuti. Tra le dune, tutti danno un enorme valore alle promesse fatte a voce (anche quelle di carattere contrattuale, di scambio commerciale) e questa cultura orale delle popolazioni nomadi rende sconosciuti ai più i tesori che Lelio sta cercando di rievocare e far conoscere con il suo lavoro. Lelio riesce a trasmettere agli ascoltatori un grande interesse per il suo lavoro, li meraviglia, li affascina anche con il tono di voce che, purtroppo, non può trasparire dalla trascrizione dell’intervista.


Verso la fine della conversazione, Lelio ha dimostrato anche un profondo interesse per la cultura in ogni sua forma: ha raccontato che in quest’ultimo periodo ha condotto la campagna Apriti Museo (vedi la pagina Facebook) rivolto alle istituzioni di ogni livello (dalla Regione Siciliana alla Presidenza della Repubblica) per sollecitare la riapertura del Museo Regionale di Messina, rimasto chiuso da più di vent’anni. Nel perseguire questo scopo è intervenuto varie volte in trasmissioni dei canali nazionali. Grazie al suo impegno, e ovviamente a quello degli altri attivisti, il 9 dicembre ha segnato, sebbene in modo parziale, la riapertura di questo nevralgico polo per la cultura dello Stretto e dell’Italia intera. È un percorso che però ha bisogno di essere ancora battuto, in modo da portare un miglioramento dei servizi museali di cui la popolazione è stata da troppo tempo privata.

lunedì 12 dicembre 2016

Intervista a Majgull Axelsson, autrice di "Io non mi chiamo Miriam"


Il 15 novembre abbiamo partecipato a Milano ad un incontro speciale con la scrittrice svedese Majgull Axelsson, autrice di Io non mi chiamo Miriam. L'evento si è svolto nella sede di Iperborea, in via Palestro: un gruppo di blogger intorno a un tavolo, librerie alle pareti e un'atmosfera calda e stimolante. Tra curiosità e domande via via più interessanti, l'autrice ci ha mostrato aspetti e risvolti sconosciuti del suo libro e del modo di essere narratrice: scopriamo che ha iniziato la carriera come giornalista e lo è stata per circa venticinque anni. Solo dopo la stesura di Rosario is dead, un romanzo-documentario crudele e disincantato sulla prostituzione infantile, ha deciso di diventare scrittrice e raccontare storie, arrivando con Strega d'aprile a vincere un prestigioso premio letterario in Svezia. Parlando con lei sembra quasi di avere davanti uno storico o un esperto dei campi di sterminio nazisti: sa ogni cosa e risponde esaurientemente a tutto, mantenendo sempre un rapporto strettissimo con ricostruzioni precise e cronache il più possibile dettagliate. Stupiscono soprattutto il suo spirito critico e il modo serio e obiettivo con cui si è avvicinata al popolo rom, libera da ogni pregiudizio e spinta da una forte volontà di documentare il lettore e spazzare via ogni preconcetto. In particolare ha varcato quel sottile ponte che collega il giornalista allo scrittore, informandoci a dovere su quanto accaduto ad Auschwitz e al contempo regalandoci pagine di sensazioni forti e realistiche. Majgull Axelsson è riuscita in questo modo a unire il reportage e la cronaca di un evento storico alla letteratura intimista e personale: il lettore vede e sente tramite uno sguardo strano, che potremmo definire oggettivo/emotivo. In definitiva la Miriam che ha in mente l'autrice è la stessa che avevamo compreso dalle pagine del romanzo: una donna perfetta e discreta che non mostra mai rabbia o irritazione. Questo è il prezzo che deve pagare per conservare la sua bella vita e nascondere la propria etnia.

È sempre affascinante penetrare lo spazio creativo e capire da dove vengano quelle intuizioni speciali che si trasformano in libri. Anche Io non mi chiamo Miriam nasce, come spesso accade, da un incontro fortuito con un'ispirazione improvvisa. Ci può raccontare com'è andata realmente e svelare il rapporto che scorre tra verità e romanzo?

Pensavo semplicemente di scrivere un libro sui tumulti che si erano svolti a Jönköping nel 1948. Gli abitanti della città manifestavano contro un gruppo di stagnini rom che vivevano nel ghetto e che si erano mescolati agli svedesi: i toni diventarono presto piuttosto violenti e volgari e numerose persone vennero quasi poste sotto assedio per settimane. Nel 2011/2012 sono andata a visitare il quartiere in cui erano avvenute le dimostrazioni. Mi trovavo vicino ad una bella casa con a fianco una chiesa e subito ho immaginato Miriam: sola, spaventata, di ritorno dal lager dove era quasi morta. Di colpo sapevo anche cosa le era accaduto durante i tumulti. Solo in seguito sono andata ad Auschwitz per documentarmi: per esempio in un negozio di Birkenau molto fornito ho trovato alcuni volumi veramente completi. Non sapremo mai quanti siano stati i rom morti nei lager, purtroppo non erano registrati: potrebbero essere cinquecentomila come un milione, provenienti soprattutto da Polonia, Ungheria e Germania.

Come sono stati trattati i rom e gli altri profughi accolti in Svezia alla fine della guerra? Questo è sicuramente un tema molto attuale, visto l'incredibile afflusso di immigrati in Europa.

Sicuramente meglio di come vengono trattati oggi. Erano alloggiati nelle scuole e nelle sale dei concerti, la gente del luogo donava loro cibo, soprattutto panini e frutta, vestiti caldi, piumoni. Facevano a gara ad ospitarli. Folke Bernadotte, politico e membro della famiglia reale (era nipote del re Gustavo V di Svezia), riuscì a negoziare con Himmler la liberazione dei prigionieri politici. La Croce Rossa svedese doveva portare in salvo solo nordici, svedesi e norvegesi, alla fine salvò anche persone di altre etnie. Cercarono di fare del loro meglio.

Nel suo libro i rom vengono spesso chiamati “tattare”. Da dove deriva questo termine?

I tattare in Germania sono i sinti. Questa parola è stata coniata durante i conflitti russo-svedesi dei secoli XVII/XVIII. Al ritorno dal fronte i soldati avevano portato in patria mogli e figli appartenenti ad altre etnie: per questo non erano più accettati dalle comunità di cui un tempo facevano parte. Combattendo coi russi erano venuti a contatto con il nome “tartari”, una minoranza presente in Russia. Anche se non avevano niente a che vedere con questo popolo vennero chiamati “tattare”, ovvero la deformazione della parola “tartari”, il modo in cui gli svedesi la pronunciavano.
L'aggettivo “tartaro” in russo è “tatarskij”. Questo termine ricorre spesso per esempio in molte opere di Tolstoj. Non ci stupiamo quindi troppo della trasformazione svedese in “tattare”. Gli stessi tartari sono detti anche tatari.

Com'è oggi la situazione dei rom in Svezia?
Attualmente esistono delle vere e proprie organizzazioni che si occupano di difendere queste minoranze. Gli abitanti di Jönköping si vergognano tuttora moltissimo dei tumulti del 1948. La loro è una città da sempre fortemente religiosa, con il più alto numero di chiese della Svezia. Di recente gruppi di neonazisti avevano deciso di darsi appuntamento proprio lì per le dimostrazioni del primo maggio. Non appena si sparse la voce, le campane della città iniziarono a suonare per dare l'allarme e i cittadini scesero in piazza. Alla fine i neonazisti risultarono pochissimi, circa una ventina, mentre le persone tantissime: si svolse quindi una serena e consapevole commemorazione dei fatti del '48. Nel romanzo la famiglia regala a Miriam un braccialetto di fattura zingara che è poi in un certo senso la scintilla che spinge la protagonista a rivelare la sua vera identità: nelle mie intenzioni era un oggetto creato da Rosa Taikon, nota artigiana di origini rom che si è sempre battuta per i diritti del suo popolo.

Le vicissitudini della protagonista sembrano reali e veramente vissute. Non c'è quasi differenza tra Io non mi chiamo Miriam e il romanzo di un reduce. Come ha fatto a rendere così bene a livello emotivo e in modo così realistico esperienze che non ha vissuto?

Il segreto è leggere leggere leggere. Io in particolare leggo moltissimo da quando avevo dodici anni e conosco bene sia Remarque che Primo Levi, i due scrittori che mi hanno aiutato di più nella stesura di questo libro. Sicuramente questo romanzo ha preteso molto da me: ho sognato per circa due anni il lager, in un certo senso ero diventata proprio Miriam. Tra l'altro lei vive nella città dove sono nata! Scrivevo principalmente di notte e ho avuto incubi terribili per circa due anni. Prima di addormentarmi ogni sera dicevo a mio marito: “È ora di tornare al campo!”. Vi lascio immaginare il sollievo quando finalmente l'ho finito.

Potremmo aggiungere una riflessione alla risposta di Majgull Axelsson. È probabilmente anche merito del suo passato da giornalista se il personaggio di Miriam è così finemente costruito e verosimile: vive letteralmente delle miriadi di informazioni che l'autrice ha scoperto leggendo o semplicemente camminando nei teatri dell'Olocausto. Per ogni inchiesta o articolo sono infatti fondamentali un lavoro di ricerca preciso e una buona capacità di investigazione. Due qualità che sicuramente alla Axelsson non mancano.




martedì 29 novembre 2016

Recensione: Ultime lettere da Montmartre di Qiu Miaojin


Ultime lettere da Montmartre, Qiu Miaojin
Calabuig
176 pagine, € 14.00


Qiu Miaojin (1969-1995) è stata una scrittrice taiwanese, sconosciuta ai più - guardare la desolazione della pagina italiana di Wikipedia per credere. Un oblio immeritato, senza dubbio, perché le informazioni che si possono trovare su di lei su internet ci danno l'idea di un'artista interessante e di talento. Oltre ai suoi studi di psicologia e femminismo, particolarmente importante è la sua attività letteraria: sotto forma di romanzi, racconti, poesie e memoir la Miaojin si inserisce nella narrativa queer, ormai assodata in Occidente, ma rara a Taiwan. Nel 1995, in circostanze misteriose, il suicidio a Parigi.

Al di là della Cina è difficile reperire opere di Qiu Miaojin, anche in lingua inglese. Per quanto riguarda l'Italia, invece, la casa editrice Jaca Book, nella collana Calabuig, ha recentemente pubblicato Ultime lettere da Montmartre, che come suggerisce il titolo è il suo ultimo libro. È quest'opera che oggi ci accingeremo a recensire; ma non sarà un compito semplice, e non solo per la sua frammentarietà. Purtroppo bisogna guardare in faccia la realtà e riconoscere che, a meno di non essere studiosi di letteratura cinese, un lettore italiano non possiede gli strumenti necessari per capire questo libro.

La lettura di Ultime lettere da Montmartre è estremamente difficoltosa e poco lineare. In primis per la varietà degli stili usati dall’autrice, come l'epistolario, il memoir, la poesia, alternati seguendo solo l’istinto e la creatività. La narrazione, se così possiamo chiamarla, si concentra su un periodo particolarmente difficile per la Miaojin, tra delusioni amorose e turbinii emozionali difficili da decifrare, anche per lei stessa. Facile quindi immaginare lo spaesamento del lettore italiano che, ricordiamolo, la incontra per la prima volta in assoluto in queste pagine.

A questi problemi strutturali - che però, a ben guardare, conferiscono anche fascino all’opera, e rendono l’idea del talento dell’autrice - si aggiunge l’edizione, che non fornisce nessun aiuto al lettore. A parte il testo, infatti, non ci sono contenuti aggiuntivi. Non esistono né prefazione né postfazione, la biografia dell’autrice si limita a una manciata di righe. Le uniche informazioni disponibili si trovano sul sito di Calabuig (perlopiù articoli e recensioni); rimane comunque il fatto che l’edizione cartacea è priva di materiali critici. Un dettaglio non di poco conto per un editore che ha l’ambizioso obiettivo di portare in Italia un’autrice sconosciuta. La traduzione del libro - fluida, e supportata ottimamente dall'editing - è firmata da una professoressa universitaria di Lingua e letteratura cinese, Silvia Pozzi; si sarebbero potute usare le sue competenze anche per presentare l'opera al lettore. Purtroppo così non è stato. Anche la scelta editoriale di presentare un'opera autobiografica al mercato italiano rende perplessi: forse avrebbe reso meglio il romanzo Notes of a Crocodile, l’unico ad essere stato anche tradotto in inglese.

Spiace firmare una recensione estremamente vaga, senza neanche un voto finale per aiutare chi legge a valutare l’acquisto, tuttavia Ultime lettere da Montmartre, così com’è nella sua edizione italiana, è difficile da comprendere appieno. Spiace anche essere duri con una casa editrice che ha nella sua mission l’ecletticità e l’ambiziosità: doti sempre positive, sopratutto in un mercato asfittico come quello nostrano, ma che devono essere supportate anche dal pragmatismo. Pubblicare un’opera epistolare senza un degno apparato critico, e quindi senza dare al lettore gli strumenti necessari per goderla, è una scelta non priva di conseguenze. Speriamo, tuttavia, che la storia di Qiu Miaojin in Italia prosegua, perché è una scrittrice che merita più notorietà.



Recensione: Buck e il terremoto, a cura di Serena Bianca De Matteis

Buck e il terremoto, Serena Bianca De Matteis (a cura di)
Self-publishing (CreateSpace Indipendent Publisher)
116 pagine, 2,99€ ebook - 8,50€ cartaceo
Da un’idea di Serena Bianca De Matteis, il 26 agosto 2016  nasce Buck e il terremoto, un progetto sviluppato da un collettivo di autori provenienti dalle più svariate parti d’Italia: diciotto racconti collegati dalle tematiche del terremoto e del rapporto tra uomo e natura.

Gli autori hanno avuto la possibilità di osservare entrambe le facce della natura: quella benigna, tratteggiata dalla relazione tra umani e animali che offrono loro fiducia e soccorso; ma anche quella meno cortese, che riversa tutta la sua potenza nella distruzione di case e nello spezzamento di vite, nonostante l’ideatrice della raccolta abbia sottolineato che il progetto era votato alla redazione di testi che dovevano trasmettere il messaggio della speranza. Sebbene alcuni racconti mostrino contenuti crudi e mettano in scena difficoltà che lasciano avvertire tutta la loro gravità, in effetti si riesce a trovare quella speranza e quella forza di continuare a lottare contro le avversità.

I racconti non sono molto lunghi, la lettura è scorrevole e la prosa gradevole tanto che, potremmo dire, si riescono a divorare in poco tempo. È una lettura leggera che con la sua semplicità riesce a far riflettere su temi importanti e a emozionare. Anche alla luce dell’obiettivo che il collettivo si è posto, l’importanza che riveste questo lavoro balza subito all’attenzione dei lettori. Gli autori e lo staff che ha curato l’edizione del libro sono l’emblematica dimostrazione di come anche la scrittura, generalmente ritenuta un’attività solitaria e - in qualche modo - alienante rispetto al resto del mondo, possa invece risultare una forza ulteriore messa a servizio della collettività bisognosa di aiuto. La somma ricavata dalla vendita di questa antologia – pubblicata sia in formato cartaceo che elettronico – sarà devoluta interamente alla Croce Rossa Italiana a sostegno delle vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia nel 2016.

La bellezza del messaggio solidale che gli autori vogliono inviare non si manifesta solo nelle intenzioni, ma anche nel corso dei racconti dove protagonisti, umani o animali, cercano di aiutarsi vicendevolmente, incuranti della diversità di specie che li separa. Ce lo insegna persino Sonia Anzani, co-autrice decenne integrata perfettamente nella rosa di autori, che riesce a tenere testa anche a quelli più grandi e allenati di lei esprimendo un messaggio di solidarietà con l’avventura di Balù e del salvataggio dell’ “amico uomo” [Buck e il terremoto, p. 74].


La raccolta di racconti non ha l’ambizione di annoverarsi tra le grandi letture, ma nel suo piccolo riesce a ricordare con forza che tutti possiamo dare una mano, o una zampa - come ci insegnano gli autori di quest’antologia -, per rendere migliore il mondo e per stringerci in quella “social catena” [La ginestra] tanto auspicata da Leopardi. 


A cura di Tonino Mangano

lunedì 14 novembre 2016

Recensione: Eccomi di Jonathan Safran Foer


Eccomi, Jonathan Sagran Foer
Guanda
666 pagine, 22 euro
Eccomi, disse Abramo quando Dio lo chiamò.
Eccomi, ripeté sul monte Moria, pronto a sacrificare a quel Dio suo figlio.
Eccomi, sembra cercare di dire Jacob Bloch nella sua vita, senza mai riuscirci completamente.

Uscito a fine agosto per Guanda, il quarto libro di Jonathan Safran Foer sembra essere un inno all'incapacità di tenere le redini di un'esistenza, un catalogo degli eventi senza apparente causa-effetto che formano la vita.
Al centro della narrazione, quattro generazione della famiglia Bloch: il patriarca Isaac, ormai considerato troppo vecchio per vivere da solo; Irv, primo della dinastia Bloch a sentirsi a tutti gli effetti un ebreo americano; Jacob e Julia, vero motore della narrazione; i figli Sam, Max, Benji, ma anche il cane Argo. A smuovere gli eventi e le vite di questi attori inconsapevoli, un Bar Mitzvah che rischia di saltare, un cellulare pieno di messaggi erotici, l'arrivo dei parenti da Israele, una gita scolastica, la vecchiaia come rinuncia dell'indipendenza, la morte virtuale di un avatar, notti allo zoo e una distopica distruzione a opera di un terremoto devastante dello stato di Israele.
Del resto, come scritto da Matteo Persivale su La Lettura del 25 Settembre, “per Foer anche l'Apocalisse sarebbe il contorno del piatto di portata”.

Eccomi è un romanzo corposo, non solo per le sue 665 pagine, ma anche per l'intento di Safran Foer di farci stare dentro tutto (la vita, l'universo e tutto quanto, direbbe Douglas Adams): ogni esperienza, ogni aspetto della vita matrimoniale e delle dinamiche familiari di un ebreo americano alle prese con le vicende ebree americane degli anni '10 del ventunesimo secolo. Le voci si intrecciano: Julia, amareggiata e stressata da una famiglia che non riesce a donarle quello di cui ha veramente bisogno; Jacob e il suo desiderio di fuggire, senza mai averne davvero il coraggio; Sam, il primo amore, diventare adulti e tornare alla realtà; Max, dieci anni e una dialettica presocratica, un personaggio irreale eppure quello che più sembra essere la colonna portante di questa famiglia che poggia su fondamenta di silenzio e idiosincrasie.
Eccomi è anche un romanzo profondamente ebreo, con il suo bel glossario in appendice e quei ragionamenti che ogni lettore identifica con la letteratura ebraico-americana. C'è il senso di appartenenza a una nazione lontana, ci sono le riflessioni sull'antico testamento, c'è quel sentimento di vergogna riservata che si ritrova in Safran Foer, Roth, Bellow.

Ci sono un sacco di cose, in Eccomi, credo di essere riuscita a far passare il messaggio, forse troppe. Gli eventi, la vita quotidiana, il massiccio uso di prolessi e analessi, tutto concorre a creare una narrazione che vorrebbe essere un luculliano pasto a dodici portate, ma finisce per somigliare a una ciotola di cereali con mandorle, uvetta, fiocchi d'avena e gocce di cioccolato da ricercare scandagliando col cucchiaio i fondali lattei. Non c'è niente che non va, in questo romanzo – del resto mandorle, uvetta e gocce di cioccolato sono buone -, ma la lettura procede affaticata dalla vastità dell'universo che si dispiega davanti agli occhi del lettore, distraendolo dalla bellezza stessa della scrittura di Safran Foer.
Nonostante Eccomi sia un romanzo strutturalmente complesso e non omogeneo, il capitolo finale raggiunge con una stretta decisa l'essenza del romanzo, la presenza come prova di amore, collegando i cavi sfilacciati dei temi seminati tra le pagine e salvando un romanzo per molti versi non proprio riuscito.

Eccomi è un romanzo che debitamente sfrondato avrebbe rappresentato il punto punto più alto della carriera di Safran Foer, che purtroppo però sembra essersi dimenticato di quella regoletta da scrittori che recita kill your darlings. Del resto, come avrebbe detto Max, il fratello di Sam, tre anni dopo nel suo discorso per il Bar Mitzvah: “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare” e Jonathan Safran Foer, in questo romanzo che non è autobiografico, ma potrebbe anche esserlo, si è rifiutato di lasciare andare anche solo un piccolo pezzo.

Recensione a cura di Angela Bernardoni

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